









Nel 2014 il nome non aveva un marchio: cambiava impaginazione a ogni locandina, spettacolo dopo spettacolo, senza nulla che lo tenesse insieme. E gli spettacoli, con budget da associazione amatoriale, ne servono più di uno l’anno.
Le locandine che sono venute dopo non seguono quel marchio come una griglia da ripetere: seguono lo spettacolo. Un dramma ottocentesco in vernacolo si è guadagnato un’incisione da manifesto d’epoca, cornice ornata compresa, perché il pubblico doveva capire il secolo prima ancora di leggere il titolo. Una commedia sull’inferno dantesco riletto in chiave contemporanea è diventata una sezione pixel-art a livelli, gironi come piani di un cantiere. Un evento patrocinato dalla Regione ha preso il registro opposto — incisioni storiche, tono da museo, niente ironia. Dieci anni di locandine diverse tra loro, tenute insieme solo da un logo che compare sempre nello stesso punto e da un’idea di fondo: la grafica racconta cosa si va a vedere, non decora un titolo.
Durante il covid l’idea era innestare la quarantena dentro immagini che tutti riconoscono a colpo d’occhio, lasciando intatta la posa originale perché il cortocircuito funzionasse subito, senza spiegazioni. La morte di Marat di David — il corpo riverso, la mano che stringe un foglio — diventa “L’ultima autocertificazione”: stessa luce, stesso gesto, cambia solo cosa c’è scritto sul foglio. Stitch e Lilo, invece di applaudire una scena qualunque del film, applaudono al balcone come tutta Italia faceva ogni sera alle sei: “il tutorial della D’Urso”. Erano immagini pensate per un pubblico di paese sulla pagina Facebook dell’associazione. Sono finite al TG5 e su La7 — l’unico progetto in portfolio nato senza cliente e senza budget che abbia avuto una copertura editoriale di quella scala, ed è la prova che il concept, quando è netto, non ha bisogno di produzione.










Altri tre lavori, presi a caso.
Chiedi pure.
Rispondo io, non un bot.