Bene o male, basta che se ne parli: è vero?

No. Funziona solo quando il «male» l’hai deciso tu, l’hai studiato e hai già pronta la risposta. Tutto il resto è una figuraccia con molti testimoni.
24 Agosto 2026

Di cosa parlo?

«Bene o male, basta che se ne parli» è una di quelle frasi che suonano furbe finché non tocca a te. Oscar Wilde la faceva dire, più o meno, a un suo personaggio: un lord annoiato che non aveva una ferramenta da mandare avanti. Tu sì. E tra farsi notare e farsi ridere dietro c’è una differenza che l’algoritmo non vede, ma i clienti sì.

Bene o male, basta che se ne parli: è vero? Bene o male basta che se ne parli

«Mettiamoci un errore, così commentano»

Me l’hanno chiesto davvero, e più di una volta: scrivere apposta uno strafalcione nel post, perché la gente corre a correggerlo e i commenti salgono.

Funziona? Tecnicamente sì. I commenti arrivano, il post gira. Ho sempre detto di no lo stesso, perché un conto è l’algoritmo, un conto è la reputazione. L’algoritmo conta quante persone hanno scritto. Non distingue chi ti sta facendo i complimenti da chi ti sta dando dell’ignorante. I tuoi clienti invece distinguono benissimo, e hanno buona memoria.

In un paese, poi, non serve nemmeno diventare virali. Basta il bar.

Provocare non è sbagliare

Qui di solito arriva l’obiezione: «E Taffo, allora?».

Giusto. Un’agenzia funebre che scherza sulla morte, e dietro il lavoro di Riccardo Pirrone con la sua KiRweb. Ormai li citano tutti, tanto da essere quasi inflazionati, ma sono stati i primi a uscire così dagli schemi. E il punto è proprio questo: lì non c’è niente di sbagliato per caso. Ogni battuta è scelta, studiata, pesata e coerente con tutte le altre.

Quello non è «bene o male, purché se ne parli». È far parlare bene di sé usando un argomento di cui nessuno vuole parlare. Mestiere, non fortuna.

Far parlare di sé senza il «male»: tre tweet del Livorno

La prova che non serve sbagliare per farsi notare ce l’ho in casa. Quando curavo i social del Livorno Calcio mi sono preso parecchie libertà, e tre sono finite sui giornali sportivi.

Il vero Cristiano

Estate 2018. L’Italia intera si fa una domanda sola: Cristiano Ronaldo va alla Juventus o no? Nel frattempo a Livorno torna Cristiano Lucarelli, stavolta in panchina. Il tweet si è scritto quasi da solo: «Esiste un solo Cristiano… e ce l’abbiamo noi!». Il post fece il giro del mondo, finì anche su una testata di Valencia dove Lucarelli aveva giocato alla fine degli anni 90.

Il grande Albertazzi

Stesso agosto. Arriva un difensore che di cognome fa Albertazzi, e chi ha visto «Chiedimi se sono felice» sa già dove vado a parare. L’annuncio ufficiale l’ho fatto fare ad Aldo, Giovanni e Giacomo, con la scena del film. Più di settecento retweet e articoli di giornale per la presentazione di un difensore semi-sconosciuto: non capita spesso.

Articolo di Sky Sport su Albertazzi presentato al Livorno

L’invito a Verratti

Il Paris Saint-Germain viene eliminato dalla Champions League, con Marco Verratti espulso. Un tifoso francese, furibondo, scrive che non vuole più vederlo e che se ne vada pure al Livorno, che in quel momento sta in Serie C. Dal profilo della società rispondo con sei parole: «Marco, se vuoi, noi ti aspettiamo!».

Sky Sport mise i primi due tra i migliori tweet dell’anno. Il terzo lo ripresero tante testate fra cui Gianluca Di Marzio che lo definì «a metà strada tra il genio e il comico».

Cosa hanno in comune

  • Nessuna vittima. Si ride insieme a qualcuno, mai di qualcuno. Né Ronaldo, né Verratti, né il tifoso arrabbiato ne escono male.
  • La notizia c’era già. Non ho inventato niente: ho preso l’argomento di cui parlavano tutti e ci ho messo dentro il Livorno.
  • Parlano la lingua di chi legge. Un film che mezza Italia sa a memoria vale più di qualsiasi comunicato.
  • Costo dell’operazione: zero.

Qualche volta, per uscite così, ho dovuto insistere anche con la società. Il riscontro, però, è sempre stato positivo.

Una cosa sulla viralità, già che ci siamo: non si ordina. È quello che succede dopo, se hai fatto bene il resto. Chi parte dicendo «facciamo una cosa virale» di solito finisce due paragrafi più su, a chiedere l’errore nel post.

La prova delle due risposte

Come si capisce prima se una provocazione è una buona idea? Io vado anche a intuito, lo ammetto. Ma una regola ce l’ho.

Prima di pubblicare, scrivi due risposte. Una per quando va bene, una per quando va male.

  • Se quella per il «va male» non riesci a scriverla senza arrossire, hai la tua risposta: non pubblicare.
  • Se riesci, tienila pronta. Perché la cosa peggiore, quando qualcuno reagisce, è sparire e lasciare che parlino gli altri.

Una provocazione si prepara come una partita: sai già cosa fai se segni e cosa fai se prendi gol.

Il «male» di oggi: le locandine fatte con l’intelligenza artificiale

Ultimamente se ne discute parecchio, e non per un errore di ortografia. Per le locandine generate con l’AI: tutte uguali, spesso senza senso, riconoscibili da dieci metri.

Chi le pubblica ottiene esattamente quello che cercava, cioè che se ne parli. Solo che si parla della locandina, non della festa. È il detto applicato alla lettera, ed è il motivo per cui l’intelligenza artificiale la uso tutti i giorni, ma non per quello.

E se ormai ne parlano male?

Capita anche a chi lavora bene. E c’è un equivoco da togliere di mezzo subito: la risposta a una recensione non la scrivi per chi l’ha lasciata. La scrivi per le cento persone che la leggeranno dopo, mentre decidono se venire da te.

Quelle cento persone non stanno giudicando la lamentela. Stanno guardando come reagisci.

Cerca il pezzo di verità. C’è quasi sempre, ed è una consulenza che non hai pagato.
Rispondi sempre, e con garbo. Chi tace sembra uno che non ha niente da dire, o che spera che passi.
Non metterti a discutere. In pubblico con un cliente non si vince: anche quando hai ragione, resti quello che litiga.

L’eccezione: quando la recensione è un regalo

Una volta, a un ristorante che seguo, è arrivata una stella sola. Non per il cibo, non per il servizio, non per il conto. Per gli altri clienti: alla signora non piaceva chi era seduto ai tavoli accanto al suo, e spiegava anche il perché, con quel genere di motivi che, nel 2025, si dovrebbe avere il buon gusto di non mettere per iscritto.

Lì la regola del garbo va in pausa. Non c’era un errore da capire né un servizio da migliorare: c’era solo da far sapere da che parte sta il locale. Una recensione così non è un danno, è un’occasione: ti permette di dire in pubblico chi sei, e chi vuoi ai tuoi tavoli. Ma attenzione, niente volgarità: è un attimo a passare dalla parte del torto.

È l’unico caso in cui il detto funziona davvero: quando a parlare male di te è qualcuno da cui è un onore farsi criticare.

Quindi?

Quindi no: bene o male, basta che se ne parli vale per chi di mestiere fa il personaggio. Per chi ha un’attività, farsi nominare è facile: basta sbagliare qualcosa in pubblico. Farsi ricordare per il motivo giusto richiede un’idea, un po’ di coraggio e una risposta già pronta nel cassetto.

Se vuoi che di te si parli, e che se ne parli bene, è il mio mestiere. Scrivimi: l’errore nel post, però, non te lo metto.

E poi?