Il nome della tua attività, il più corto possibile, con il .it se lavori in Italia. Fine. Se ti hanno detto che devi infilarci dentro “idraulico”, “Viterbo” e possibilmente anche “economico”, ti hanno dato un consiglio del 2010.
Scegliere il dominio è la prima cosa che fai quando decidi di avere un sito, e una delle poche che dopo non cambi più. Per questo conviene pensarci dieci minuti in più adesso. Qui trovi come lo scelgo io per i miei clienti, cosa evito e tre controlli da fare prima di tirare fuori la carta di credito.
Che nome metto nel dominio?
Il tuo. Quello dell’insegna, del biglietto da visita, quello che la gente dice quando parla di te. Se ti chiami Ferramenta Rossi, il dominio è ferramentarossi.it, non tuttoperilfaidate.it.
Il motivo è banale: chi ti conosce già ti cerca con il tuo nome. Se lo scrive e trova un altro, o non trova niente, hai perso un cliente che avevi già in tasca.
Io ho fatto così. Il mio sito è peverini.it, e ho registrato anche paolopeverini.it, che porta qui. Dentro non c’è scritto né “grafico” né “siti web”, e mi trovano lo stesso.

Vale anche se sei un professionista: nome e cognome, e via. Anzi, se il tuo è ancora libero registralo oggi, pure se il sito lo farai tra un anno. Costa meno di una pizza e nessuno te lo soffia.
Meglio .it o .com?
Se i tuoi clienti sono in Italia, .it. Dice a chi legge (e in piccola parte anche a Google) che sei qui. Se vendi all’estero, .com. Se costano poco tutti e due, prendili entrambi e fai puntare il secondo al primo, così nessuno si piazza sul tuo nome.
E le estensioni nuove, tipo .shop, .bio, .pizza? Sono simpatiche, ma hanno un difetto: la gente non se le ricorda. Tu dici “rossi punto shop” e loro scrivono rossi.it. A Google, tra l’altro, non fanno né caldo né freddo.
Una cosa sola, prima di scegliere il .it perché il .com è occupato: guarda chi c’è sul .com. Se vende le stesse cose che vendi tu, cambia nome. Altrimenti passerai la vita a mandargli clienti.
La parola chiave nel dominio serve ancora?
No. E qui devo fare ammenda, perché in questa stessa pagina, nel 2020, scrivevo che un dominio come venditafruttaviterbo.it ti avrebbe dato “tantissimi punti”. Non ho cambiato idea io: è cambiato Google.
Parliamo un attimo da tecnici. Fino a una decina di anni fa i domini fatti solo di parole chiave salivano in classifica quasi da soli, e la rete si riempì di siti come miglioridentistiroma.it. Poi Google ha tolto quel vantaggio, e oggi lo scrive nero su bianco nella sua guida ufficiale alla SEO: le parole chiave nel nome del dominio non hanno quasi alcun effetto. Stesso discorso per la città: se vuoi farti trovare a Viterbo, serve la scheda Google della tua attività fatta bene, non “viterbo” nell’indirizzo.
Quindi niente parole nel dominio? Dipende da perché le metti. Se ti chiami Martini e fai l’agenzia di viaggi, martiniviaggi.it va benissimo: martini.it è occupato da gente che fa aperitivi, e “viaggi” spiega alle persone cosa fai. Serve a loro, non al motore di ricerca.
Il caso migliore è quando il lavoro è già fatto dal nome. Per AureliaMed, un centro medico sulla via Aurelia, il nome tiene insieme il posto e il mestiere. Il dominio è aureliamed.it e non c’è stato bisogno di aggiungere altro.
Come capisco se un dominio funziona?
Con la prova del telefono. Immagina di dettarlo a un cliente che ha fretta. Se devi dire “tutto attaccato”, “con la kappa”, “col trattino in mezzo” o “il numero scritto in cifre”, hai un problema.
- Corto. Il Corriere della Sera usa corriere.it, Mondo Convenienza mondoconv.it. Se accorciano loro, puoi farlo anche tu.
- Niente numeri. “Numero uno” si scrive 1 o uno? Appunto.
- Niente grafie creative. Flickr nacque senza la “e” e per anni regalò visitatori a flicker.com. Per riprenderselo, nel 2010, ha dovuto comprarlo.
- Niente lettere accentate. Si può fare, ma dietro le quinte “caffè” diventa un codice che comincia per “xn--“, e molti programmi di posta ci litigano. Se sul dominio vuoi anche le email, lascia perdere.
Sul trattino ci sono due cose da sapere. A Google non dà fastidio. Alle persone sì, perché se lo dimenticano. L’unico caso in cui lo uso è quando fa parte del nome, e una volta è nato proprio dal dominio: per Piadi-amo la versione tutta attaccata era già presa. Invece di ripiegare su un nome di scorta, il trattino l’abbiamo messo nel marchio e ci abbiamo costruito sopra il logo. Oggi sta sull’insegna, sui tovaglioli e sui bicchieri, e nessuno lo dimentica più.

Cosa controllo prima di comprarlo?
Tre cose, dieci minuti in tutto.
1. Che non sia il marchio di qualcun altro
Cerca il nome nella banca dati dell’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi. Se è registrato da un’azienda del tuo settore, cambia strada.
E non pensare che basti chiamarsi davvero così. Nel 1997 Luca Armani, che a Treviglio aveva un timbrificio, registrò armani.it: era il suo cognome. Giorgio Armani gli fece causa e la vinse, perché per la legge il dominio vale come un segno distintivo dell’azienda, al pari del marchio. Lo stesso se rivendi prodotti di altri: mettere il nome della casa madre nel tuo dominio, senza un accordo scritto, è il modo più rapido per ricevere una lettera dall’avvocato.
2. Che il nome sia libero anche sui social
Se il sito è ferramentarossi.it e su Instagram ti tocca essere @rossi_ferramenta_official2, qualcosa è andato storto. Controlla prima, e se è libero prenditelo subito, anche se per ora non lo usi.
3. Che non abbia un passato
Questa non la controlla quasi nessuno. Un dominio “libero” può essere stato di qualcun altro fino all’anno scorso, magari di uno che ci vendeva pillole miracolose. Inserisci l’indirizzo nella Wayback Machine e guarda cosa c’era. Se trovi roba strana, lascialo dov’è.

A chi deve essere intestato il dominio?
A te. Non al cugino che “se ne intende”, non all’agenzia, non a me.
Te lo dico perché succede più spesso di quanto immagini: arriva un cliente con un sito da rifare e scopriamo che il dominio è intestato a chi glielo fece dieci anni fa. Che nel frattempo ha chiuso, o non risponde, o risponde con un preventivo. Finché quella persona non collabora, il tuo indirizzo non è tuo.
Chiunque ti faccia il sito, me compreso, deve registrare il dominio a nome della tua attività e darti le credenziali. Se un dominio .it ce l’hai già, puoi verificare chi risulta come intestatario sul sito del Registro .it, l’anagrafe dei domini italiani. È una ricerca gratuita e ci metti un minuto.
Tre cose che ti diranno, e che non sono vere
“Registralo per dieci anni, Google lo premia.” No. A Google non importa per quanto tempo l’hai pagato. Rinnovalo di anno in anno o per più anni se hai delle offerte. Fallo come ti è più comodo: l’importante è non dimenticartene.
“Un dominio lungo penalizza.” No, non in classifica. Penalizza te quando devi farlo stare su un biglietto da visita o sulla fiancata del furgone. Da grafico te lo dico per esperienza: un indirizzo lungo rovina l’impaginazione di qualsiasi cosa.
“Se non ti piace, poi lo cambi.” Si può, ma è un trasloco. Ogni vecchio indirizzo va reindirizzato a quello nuovo, uno per uno, e bisogna ristampare tutto quello che lo riporta. L’ho appena fatto per rifare questo sito, senza nemmeno cambiare dominio, e ti assicuro che è un lavoro che fai volentieri una volta sola. Sceglilo come se dovessi sposarlo.
E se il mio nome è già preso?
Prima di buttarti su un’estensione strana, prova ad aggiungere una parola che dica cosa fai o dove sei: rossiferramenta.it, ferramentarossi.it, rossiviterbo.it. Qui la città ha senso: non per Google, ma perché ti distingue dall’altro Rossi.
Se anche così non se ne esce, forse il problema non è il dominio ma il nome, che è troppo comune per farsi ricordare. A quel punto conviene ragionare insieme su nome, logo e dominio, perché sono tre pezzi della stessa cosa.
Quando faccio un sito, il dominio è la prima domanda che faccio, e se quello che hai in mente secondo me non funziona te lo dico prima di cominciare. Se vuoi sapere come lavoro sul resto, qui trovi cosa faccio. Se invece hai un nome in testa e vuoi un parere al volo, scrivimi: per dirti “questo no” ci metto poco.