Dipende. Se i tuoi clienti prima di venire da te ti cercano su Google, sì. Se vivi di gente che passa davanti alla vetrina e di passaparola, forse no, o non ancora.
Te lo dico da una posizione scomoda. Con i social ci ho lavorato per anni: ho gestito quelli di una squadra di calcio di Serie B finendo anche in diverse testate giornalistiche e quelli di una struttura ricettiva rimasta sei anni di fila nella top ten italiana, con un paio di premi portati a casa. E oggi i siti li vendo. Ho un conflitto d’interessi in tutte e due le direzioni, quindi tanto vale dirti la verità sul dubbio sito web o social.
Quando un sito non ti serve?
Cominciamo da qui, così se sei in uno di questi casi risparmi dieci minuti di lettura e un preventivo.
- Hai appena aperto e stai ancora capendo cosa vendi. Un sito fatto adesso racconterebbe un’attività che tra sei mesi sarà diversa. Prima trova la tua strada, poi la mettiamo online.
- Vivi di passaggio. Il bar sulla piazza, l’edicola, il forno sotto casa: i tuoi clienti non ti cercano, ti incontrano. Nessuno ha mai scelto dove prendere il cappuccino dopo un’attenta ricerca online.
- Hai più lavoro di quello che riesci a fare. Se sei l’idraulico con tre settimane di attesa, un sito ti porterebbe altre telefonate a cui non rispondi. Beato te.
In tutti e tre i casi, però, una cosa falla: la scheda Google della tua attività. È gratis, ci metti mezz’ora, e quando qualcuno scrive il tuo nome trova orari, telefono e la strada per arrivare. È il minimo sindacale, e per molti basta.
Che differenza c’è tra un profilo social e un sito?
La stessa che c’è tra la piazza e casa tua.
I social sono la piazza. Ci passi, ti fai vedere, saluti, qualcuno ti nota. È lì che la gente ti scopre, spesso mentre cercava tutt’altro: i gattini, di solito. Il sito è casa tua: ci viene chi ha già deciso che gli interessi e vuole sapere quanto costi, cosa offri e come si arriva.
Sono due momenti diversi. L’errore è pretendere che la piazza faccia anche da casa. Prova a cercare il menu di un ristorante su Instagram: è nelle storie in evidenza, dopo quattordici foto di tramonti e prima del video del compleanno della nonna. Sul sito è una pagina, e si chiama “Menu”.
Cosa rischio se ho solo i social?
Che la piazza non è tua. E il padrone di casa ha un carattere difficile.
- Cambia le regole quando vuole. Quello che pubblichi lo vede solo una piccola parte di chi ti segue, e quanto piccola lo decide un algoritmo che cambia idea più spesso di un cliente indeciso. Se vuoi arrivare a tutti, c’è un pulsante: si chiama “sponsorizza”.
- Può chiuderti fuori. Un profilo bloccato per errore, o rubato, è un classico. E l’assistenza è un modulo che risponde quando gli pare, se risponde.
- Ogni tanto chiude lui. Nell’ottobre del 2021 Facebook, Instagram e WhatsApp sparirono insieme per sei ore. Chi aveva solo quelli, per sei ore non è esistito.
- Quello che scrivi dura un giorno. Un post di martedì, giovedì è archeologia. Una pagina del sito fatta bene lavora per anni, anche mentre dormi.
Ti svelo anche perché ho smesso di gestire i social per conto dei clienti: era diventata una gara a chi offre più post al mese al prezzo più basso. E i post al mese non hanno mai riempito un locale.
Ma su Google esco anche con la pagina Facebook, no?
Qui parliamo un attimo da tecnici. Sì, esci: ma solo quando scrivono il tuo nome. Cioè quando ti conoscono già.
Il cliente nuovo non scrive “Trattoria da Gino”. Scrive “dove mangiare a Domodossola con i bambini”. E a quella domanda Google risponde con le pagine che ne parlano: una pagina di un sito, con un titolo, un testo e delle foto, la sa leggere benissimo. Un post no, o quasi. Quello che pubblichi sui social per i motori di ricerca è in gran parte invisibile.
Vale lo stesso per le intelligenze artificiali a cui sempre più gente chiede consiglio prima di prenotare. Per rispondere leggono i siti. Le tue storie, per quanto belle, non le guardano.
Quindi devo scegliere?
No, devi metterli in fila. I social portano le persone, il sito le fa decidere. È la lezione che mi sono portato a casa dagli anni nel turismo: i social facevano venire voglia di partire, ma le prenotazioni si chiudevano sul sito.
Prendiamo d’esempio Jacopo Ratini, cantautore. I social per un musicista sono ossigeno, ed è giusto che ci stia. Ma quando c’è qualcosa da far fare alle persone, come promuovere i suoi corsi di Songwriting, la pubblicità che gira sui social porta a una pagina del suo sito.
Sui social attiri l’attenzione, sul sito la trasformi in qualcosa.

Una confessione, già che ci siamo: io, che i social li ho gestiti per mestiere, per il mio lavoro di profili non ne ho nemmeno uno. Ho questo sito. E infatti mi stai leggendo qui.
E se non ho i soldi per un sito?
Allora non farne uno grande. Fanne uno piccolo.
Tra “niente” e “sito da venti pagine” c’è una via di mezzo che funziona benissimo: una pagina sola. Chi sei, cosa fai, dove sei, come ti si contatta, quattro foto fatte bene. Un biglietto da visita digitale.
Meglio una pagina curata che dieci pagine con scritto “contenuto in arrivo” dal 2019.
L’importante è che stia su un indirizzo tuo, intestato a te. Quello è il mattone che non perdi più, e intorno ci costruisci quando vuoi. Come sceglierlo l’ho spiegato in che dominio scelgo per il mio sito?
Quindi, in pratica?
Tieniti i social: sono la piazza, e in piazza bisogna farsi vedere. Ma non costruirci sopra tutta l’attività, perché il terreno è di un altro.
Se ti sei riconosciuto nei tre casi all’inizio, sistema la scheda Google e torna a lavorare.
Se invece i tuoi clienti ti cercano prima di sceglierti, il sito ti serve, e a quel punto la domanda diventa a chi farlo fare. Qui trovi come lavoro io. Se hai ancora il dubbio, scrivimi e raccontami cosa fai: se secondo me il sito non ti serve, te lo dico. Mi è già capitato, e sono sopravvissuto.